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Milano si prepara a sperimentare le "strade urbane ciclabili", una categoria prevista dal 2020 ma mai applicata in Italia, dove la precedenza spetta sempre a chi pedala. Una novità che vale la pena seguire anche fuori città.

C'è una norma nel Codice della Strada che da sei anni aspetta che qualcuno la usi: è l'articolo 2, comma E-bis, introdotto nel 2020: definisce le "strade urbane ciclabili", un tipo di carreggiata dove chi pedala ha sempre la precedenza, non solo la propria corsia dipinta di rosso. Nessun comune italiano, finora, aveva mai avuto il coraggio, o forse solo la necessità politica, di sperimentarla davvero, Milano sta per essere il primo. La notizia, per chi vive giornalmente la mobilità urbana, può sembrare un dettaglio burocratico. Non lo è. E vale la pena spiegare perché.
Una pista ciclabile, per quanto ben progettata, resta uno spazio ritagliato: la bici ci sta dentro, l'auto sta fuori, e ai punti di intersezione come incroci, passi carrabili o un ingresso/uscita di un parcheggio, la precedenza torna quasi sempre a essere un'incognita affidata al buon senso di chi guida. Una strada urbana ciclabile ribalta la logica: è la bici ad avere la priorità strutturale, non l'eccezione tollerata.
Non è un cambiamento da poco per chi in bici in città ci si muove ogni giorno, magari con un tragitto che alterna tratti protetti a strade promiscue dove la sensazione di essere "ospiti" non abbandona mai. Se il modello dovesse funzionare e diffondersi, cambierebbe uno degli attriti psicologici più concreti che tengono lontano dalla bici chi oggi sceglie l'auto anche per pochi chilometri: la paura di non essere visti, di dover sempre cedere il passo.
La sperimentazione milanese non nasce isolata; rientra nel piano Möves, il documento che il Comune ha messo a punto per la mobilità pedonale e ciclistica, e che disegna una rete complessiva da 565 chilometri (10 di rete principale e 355 di rete secondaria). È lo stesso impianto che negli ultimi anni ha portato Milano a moltiplicare piste ciclabili, introdurre Area B e Area C, ridurre corsie e stalli per le auto; una strategia dichiaratamente orientata a rendere la bici un'opzione strutturale, non un vezzo per il weekend.

Le strade urbane ciclabili, in questo quadro, non sono un intervento a sé, ma il completamento normativo di una rete che già esiste fisicamente. Serve infatti a poco avere centinaia di chilometri di piste se poi, ogni volta che la pista si interrompe per attraversare un incrocio o affiancarsi a una strada promiscua, il ciclista torna a essere l'ultimo della fila.
Chi in bici ci lavora, chi la usa ogni mattina per andare in ufficio, chi valuta se sostituire l'auto per il tragitto casa-lavoro, ha un motivo concreto per seguire questa sperimentazione, anche vivendo altrove. Le norme del Codice della Strada sono nazionali: se Milano dimostra che le strade urbane ciclabili funzionano, senza produrre caos né aumentare gli incidenti, il passo successivo, ovvero altre città che replicano il modello, diventa molto più probabile.
È lo stesso meccanismo che ha già portato altre misure sperimentate in una città a diventare standard altrove: le Zone 30, le piste bidirezionali, i doppi sensi ciclabili nelle strade a senso unico per le auto. La differenza è che qui non si parla di un intervento puntuale, ma di una categoria giuridica nuova, che se applicata su larga scala potrebbe ridisegnare la gerarchia implicita delle nostre strade urbane.

Detto questo, vale la pena essere onesti fino in fondo, come cerchiamo sempre di fare anche qui su BIVIO (non vogliamo costringere nessuno a usare la bici, forniamo solo gli strumenti per una scelta consapevole): una norma sulla carta e una strada che funziona davvero sono due cose diverse. Le strade urbane ciclabili avranno bisogno di segnaletica chiara, di un cambio culturale da parte di chi guida, di un periodo di rodaggio in cui probabilmente non mancheranno le polemiche, come è già successo con Area B e Area C. Il rischio concreto è che, senza un'applicazione seria e un'informazione capillare, la precedenza sulla carta resti diversa da quella percepita sull'asfalto, con il ciclista che continua a fermarsi "per sicurezza" anche quando la legge gli darebbe ragione.
Sarà un banco di prova interessante da seguire nei prossimi mesi; se dovesse funzionare, potrebbe essere uno di quei cambiamenti silenziosi che, nel giro di qualche anno, spostano davvero l'ago della bilancia per chi oggi guarda alla bici come a un'opzione secondaria, non perché manchi la voglia, ma perché manca la fiducia di essere davvero al sicuro, e rispettati, sulla strada.
Fonte: Motorionline.com, 22 luglio 2026